Jacopo Pontormo: 'Il Trasporto di Cristo' - testo di Giancarlo Bonomo, voce di Raffaella Ferrari
Описание
Se dovessimo individuare le lontane origini della pittura moderna, non potremmo fare a meno di riferirci a questo capolavoro di Jacopo Carucci detto il Pontormo, artista raro e particolarissimo, svincolato da scuole e convenzioni stilistiche. Ipocondriaco e misantropo, così come si deduce dalle puntuali annotazioni del suo celebre diario di banale vita quotidiana, pare contraddire con la pittura vitale, coloratissima e comunicativa l'essenza stessa della sua persona, gretta ed asociale. Nel 'Trasporto di Cristo', opera del 1528, conservata nella Cappella Capponi della Chiesa di Santa Felicita in Firenze, Pontormo inventa una composizione piramidale senza precedenti, scompaginando totalmente le statiche esecuzioni dei suoi predecessori. Le figure delicate e leggere della parte superiore, definite nei contorni secondo la tradizione del disegno fiorentino, sono carezzate da un vento dolce e gradevole che muove appena le vesti nel rispetto di un dolore composto, sublimato dalla piena accettazione. La Vergine Madre, giovanissima e levigata, che saluta con un lieve gesto il Figlio con pacata rassegnazione, è colei che necessita di conforto poco prima del deliquio causato dal Dolore incommensurabile. Accanto alla sua figura, la schiera di giovani che le fanno da cornice rende il momento più sopportabile. C'è l'abbraccio dei suoi coetanei, la sincera vicinanza del calore umano, a confortarla. E, persino, un pacificante cielo color carta da zucchero con una bellissima nuvola illuminata dai bagliori di un crepuscolo aranciato. A fianco di Maria, in abito terra di Siena e berretto verde oliva, fa capolino la figura esile e discreta di Nicodemo, probabile autoritratto dell'artista, che pare voler comparire senza destare alcun motivo di attenzione, da testimone silenzioso dell'evento. Il Cristo non è il vero protagonista e forse non vorrebbe esserlo. Il suo corpo, risparmiato dalle crudeli evidenze del martirio, ora non è importante. Ciò che conta è la sua eredità dottrinale, il sacro Lume dell'Insegnamento divino che guiderà le genti nel tempo a venire. Due giovani dall'espressione attonita e il volto teso e pallidissimo sostengono con estrema dolcezza il corpo inerte. Uno di questi, riccioluto e muscoloso, in primissimo piano, quasi sbilanciato dalla posa innaturale, manifesta tutta la perplessità disorientante tipica di un adolescente che contiene a fatica la propria emotività. Ma è l'idea inattesa della Morte concepita dal Pontormo, a suscitare meraviglia. Qui non vi è buio senza speranza, non vi è fine ed assenza di Vita. E lo si evince dalla scelta dei colori astratti e caramellosi, quasi fiabeschi, certo non associabili ad alcuna celebrazione funebre, forse ispirati dalla Sistina di Michelangelo. Le tinte azzurrine, i rosa glicine, le tonalità arancio, tutti colori ricavati dalle sapienti mescolanze della tempera ad uovo stesa sulle assi di pioppo. In questa scena dalla luce fortissima, quasi cinematografica, non c'è spazio per l'ombra, per i segni della vecchiaia paurosa sui volti devastati dal dolore o per le nebbie inquietanti che preludono la notte. La Morte qui rinuncia ai caratteristici simboli tanto temuti dagli uomini. Per Pontormo essa è solo un momento di passaggio in un contesto dove tutto evoca la vita, dal trasecolare della giovinezza efebica al prodigio dei colori iridescenti. Qui la Morte non è più la Morte ma, per singolare contraddizione, provvisorio commiato e promessa di ritorno nella limpida Luce di un indimenticabile giorno di primavera che profuma di gioventù.
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